La “bellezza” non esiste ma il Calcio Totale ha vinto!

La polemica infinita sul “bel gioco” che tiene banco anche in questi giorni con le recenti dichiarazioni di Allegri, ha origini lontane nel tempo e nei luoghi.

A Mosca nel 1940 l’allenatore della Dynamo coniò l’espressione “disordine organizzato” per descrivere un sistema di gioco in cui attaccanti, centrocampisti e difensori si scambiavano i ruoli continuamente.

Sulla stessa scia l’Ungheria del 1950 giocava un calcio basato sul principio secondo il quale più fluido è il gioco d’attacco più è difficile per l’avversario mantenere la struttura difensiva.

Questi concetti arrivarono in Olanda per il tramite di Rinus Michels e saranno il fondamento del “Calcio Totale”. Lo spazio nei Paesi Bassi, in cui le persone sono abituate a combattere per sottrarre terreno al mare, è questione vitale. Non sorprende quindi che una filosofia basata sul “creare spazi” abbia attecchito in Olanda. Nel sistema di gioco di Michels ogni giocatore poteva giocare in qualsiasi posizione. Se un centrocampista si portava in avanti, un attaccante prendeva il suo posto mantenendo inalterata la struttura della squadra. Questi movimenti confondevano i difensori avversari incerti tra il seguire l’attaccante o coprire il movimento d’attacco del centrocampista. Tutto questo accadeva sullo sfondo della Amsterdam degli anni ’60, nel fermento di una società nel pieno di una profonda trasformazione culturale.

Il calcio dell’Ajax stressava l’importanza del collettivo rispetto all’individualismo, senza tuttavia frustrare le capacità tecniche e l’intelligenza del singolo. Johan Cruiff era definito un “artista”, ma l’individualità era sempre al servizio del bene della squadra. La visione comune del Calcio Totale è quella di un gioco offensivo, ma è anche molto difensivo essendo centrale l’idea di una linea difensiva alta. Cruyff diceva “Sono molto più difensivo di quello che le persone credono”. Cruyff portò questa filosofia al Barcellona e al suo discepolo Pep Guardiola.

Nonostante l’immagine di una filosofia estrema, non convenzionale, i concetti del Calcio Totale sono ormai degli standard del gioco moderno. L’immagine del terzino che si porta sulla linea per calciare la rimessa dal fondo è un lontano ricordo perché il portiere ormai ha una tecnica e una padronanza nel gioco superiore a quella di tanti difensori “spaccaossa” del passato. Vedere un terzino alla Marcelo che fa impazzire gli avversari con una tecnica formidabile sta diventando una consuetudine. Il 9 che si abbassa per creare spazi in avanti, i calciatori sempre più universali. L’idea di tenere una struttura compatta con passaggi corti in modo da poter aggredire immediatamente l’avversario con tanti uomini in caso di palla persa.

E allora perché questa diatriba sulla “bellezza”?

Io credo che avere 11 giocatori di buon livello tecnico garantisca una imprevedibilità al gioco che lo rende più divertente da vedere. Ciononostante nessun allenatore si pone lo “spettacolo” come obiettivo. Forse per “bellezza” si intende quella fluidità del gioco garantita dal “disordine organizzato”. I fautori della cultura c.d. difensivistica prediligono un baricentro della squadra più basso e di conseguenza squadre tendenzialmente più “lunghe”, in cui gli attaccanti vengono cercati tramite lanci lunghi ed una conseguente tendenza alla specializzazione dei ruoli più che al “giocatore universale”. Non si appalta più la fantasia ad uno o due giocatori al massimo, ma si tende ad impostare la strategia di gara su continui cambi di gioco per riuscire ad isolare un giocatore nel 1 vs 1. Ovviamente che tutto ciò sia “brutto” è una questione puramente soggettiva. Come arbitraria è la “sentenza” per cui la strategia del Calcio Totale (oggi “gioco di posizione”) sia poco redditizia in termini di risultati.

Qui Guardiola spiega in TV accanto ai giornalisti che osservano la lavagna, il motivo per cui preferisce una determinata struttura in fase di costruzione (ed il motivo è la maggiore sicurezza in caso di contrattacco della squadra avversaria). Forse se anche in Italia si approcciassero le questioni in termini concreti, ponendo le domande in modo specifico e con riferimento al campo, “perché pensa che questa sia la strategia migliore per i calciatori che allena” si eviterebbero fraintendimenti e si renderebbe più interessante un dibattito che altrimenti rischia di essere del tutto sterile.