Arrigo Sacchi ovvero perché mandare al rogo gli eretici non è stata una buona idea

Storie di Calcio è indubbiamente un link da inserire nella lista dei preferiti e l’analisi su Arrigo Sacchi (“SACCHI Arrigo: grandezza e caduta di un rivoluzionario”) lo conferma. Tuttavia l’analisi sul tecnico di Fusignano a nostro avviso rischia di non centrare un aspetto importante, forse cruciale.

L’articolo esordisce così

“Vuole una massima antica che sia destino degli uomini di grande rilievo dividere i propri simili. Amore e odio, senza vie di mezzo. Qualcosa del genere è capitato ad Arrigo Sacchi come a pochi altri allenatori del calcio italiano…”

Quindi si precisa che il calcio italiano ha vissuto momenti di innovazione anche prima dell’avvento di Sacchi ma si sottolinea come la mentalità di imporre sempre il proprio gioco (in casa e in trasferta) sia stato un salto culturale per quei tempi. Segue poi la narrazione, a nostro avviso molto ben scritta, della parabola professionale del tecnico, con il crocevia del passaggio in nazionale dopo il “o noi o lui” pronunciato da Van Basten al presidente del Milan Silvio Berlusconi.

Cosa manca dunque a questa narrazione?

Io credo che manchi l’attualità, la valutazione ex post delle idee più che del successo professionale di Sacchi. L’Italia oggi è sempre più periferia del calcio mondiale. Qualcuno dirà “E Ronaldo?”. Forse bisognerebbe chiedersi perché ad un top club europeo come il Real Madrid venga in mente di inserire una clausola contrattuale che prevede un prezzo maggiore in caso di cessione del calciatore in Inghilterra o in Francia, ma non in Italia!

Ma soprattutto bisognerebbe chiedersi perché l’allenatore più apprezzato al mondo in questo momento non è italiano. E magari chiedersi anche perché tutti o quasi tutti i più importanti allenatori considerino Sacchi un maestro. Sacchi, non “la scuola italiana”.

Quando Chiellini dichiara “Guardiola è sicuramente un allenatore fantastico con una mente fantastica, ma gli allenatori italiani hanno provato a copiarlo, senza le stesse conoscenze e negli ultimi dieci anni abbiamo perso davvero la nostra identità. Abbiamo perso l’identità dei Maldini, Baresi, Cannavaro, Nesta, Bergomi, Gentile, Scirea. Tra il 1984 e il 1995, il migliore è Leonardo Bonucci. In dieci anni, non siamo riusciti a lanciare un buon difensore. Spero che adesso ricominceremo e rilanceremo il calcio italiano. Il mancato arrivo al Mondiale è la prova tangibile del nostro problema”

Dice una cosa che fa riflettere. Parla di Guardiola come un fenomeno estero, che stima ma che appartiene ad una mentalità diversa dalla nostra “identità”. Allora la domanda da porsi è: chi ha tolto il passaporto italiano ad Arrigo Sacchi? Perché è nato il “Guardiolismo” in Europa ma non il “Sacchismo” 30 anni prima in Italia? Perché ancora oggi le idee che ormai sono diventate standard del calcio, vengono narrate come “diavolerie” moderne? Perché chiunque abbia tentato di innovare in Italia è sempre visto con grande sospetto se non come una sorta di nemico della Patria?

L’acredine mostrata nei confronti di Sacchi, Zeman, Sarri è eccessiva rispetto ad una critica professionale che è di per sé sempre condivisibile. Del resto anche chi non vince o addirittura fallisce sistematicamente può suggerire strade che altri percorreranno con grande successo (vedi la storia di Juan Manuel Lillo).

Forse la risposta ai problemi del calcio italiano è semplicemente che quando un paese brucia sul rogo quelli che propongono innovazioni, il destino di quel paese non è dei migliori (e come suggerisce Salvio Imparato) la nazionale è un esempio lampante!

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