Estiarte, l’ex Maradona della pallanuoto, è l’arma segreta di Guardiola

Manel Estiarte è il braccio destro di Guardiola fin dai tempi del Barcellona, passando per il Bayern Monaco e attualmente al Manchester City.

Estiarte è stato un pallanuotista straordinario, soprannominato “il Maradona dell’acqua”. Ha vinto tutti i trofei segnando 1.561 gol per la nazionale spagnola e disputando sei Olimpiadi. Dal 1986 al 1992 venne nominato n.1 al mondo nella sua disciplina.

Nel suo libro su Herr Pep, Martí Perarnau racconta: “L’unico successo che gli mancava era la medaglia d’oro olimpica con la nazionale spagnola. Alla fine sarebbe stato un cambio di mentalità più che una prodezza atletica ad assicurargli il traguardo che gli mancava. In seguito all’incontro con Guardiola, Estiarte iniziò a riflettere sul suo approccio allo sport. Iniziò a capire che il suo stile individualistico poteva assicurargli tanti onori ma solo un gioco di squadra efficace avrebbe potuto portarlo a conquistare la medaglia d’oro.”

Perarnau sottolinea la differenza di stile di gioco di Guardiola calciatore, il regista nascosto che apre spazi per i compagni e organizza la squadra dietro le quinte più che alla ribalta dei riflettori, e quella del Maradona della pallanuoto. Ed evidenzia come da collaboratore, Estarte abbia invece sposato un profilo basso, interpretando il ruolo di supporto come un “centrocampista che serve un buon assist al suo centravanti. […] Estiarte capisce più di ogni altro la difficoltà di coniugare le ambizioni personali con le necessità del collettivo”.

E’ quest’ultimo un aspetto con cui tutti gli allenatori sono costretti a fare i conti. Ne abbiamo parlato in merito ad Hazard, ma fanno riflettere anche le parole di Totti su Spalletti nella sua biografia in cui l’ex capitano giallorosso riporta le parole del tecnico toscano in un violento litigio

Basta, hai rotto le palle, pretendi di comandare e invece te ne dovresti andare, giochi a carte malgrado i miei divieti, hai chiuso”.

Pensiamo alla decisione di Sarri di rimuovere i rigidi vincoli alimentari imposti dal suo predecessore al Chelsea, dichiarando

“Dei professionisti non hanno bisogno di regole, sanno da soli come alimentarsi”

Pensiamo ai rapporti tesi tra Mourinho e Poga. La figura dell’allenatore che impone piuttosto che convincere sembra stia andando sempre più fuori moda.

In fondo un allenatore non può lavorare se non conquista la disponibilità dei suoi giocatori, se non crea uno spirito di gruppo, l’idea di voler costruire qualcosa insieme. Forse in Italia siamo rimasti “traumatizzati” dall’immagine di Sacchi che sostituisce Roberto Baggio nei mondiali del ’94. Che sembra un emblema dell’allenatore che sacrifica il talento nel nome del collettivo. D’altro canto non è sufficiente mettere tanti talenti in campo per vincere (chiedere a Sampaoli e alla sua Argentina!).

Come riportato dal difensore del City Kyle Walker

“Guardiola è come un amico. Dice sempre vieni, prendiamoci un caffè, porteremo il computer e ne discutiamo insieme”

La filosofia stessa del gioco di posizione è quella di creare un mix di individualità e collettivo non tra i giocatori ma in ciascun giocatore. Per ottenere questo bisogna essere più pesonal trainer che “professori”. Far capire che ampliare il bagaglio delle capacità tecniche e tattiche è funzionale alla squadra ma anche al proprio successo individuale. Per farlo forse c’è bisogno anche di abbandonare la cultura degli highlights ovvero l’idea che è forte solo quel calciatore protagonista delle azioni salienti. Giocatori come Guardiola, Jorginho, Fernandinho non entrano spesso negli highlights ma sono fondamentali per vincere.

Il binomio Maradona – Guardiola sembra indicare la strada giusta!

* Immagine Creative Commons